LA LETTURA DEL MONDO FISICO: DA ANALOGICO A DIGITALE

“Jerry ribatte che gli artisti non hanno bisogno di un soggetto concreto, l’arte sa esprimere molte emozioni, e può essere astratta. Per di più gli scienziati distruggono la bellezza della natura, sostiene lui, la vivisezionano, ne traggono equazioni matematiche.” (tratto da “Sta scherzando Mr. Feynman!”)

 

Tante volte ho sentito simili espressioni per screditare la scienza nei confronti dell’arte e tante altre ne ho sentite di simili per fare il contrario.

 

Ero solo un ragazzino quando iniziai a smontare. I giochi che fino a poco prima erano stati fonte divertimento divennero improvvisamente mezzo di scoperta. Accompagnato dal timore del guasto ma animato dalla speranza della riparazione, iniziai, così, ad aprire macchinine, trenini e vari. Cautamente usavo i giravite e fantasticavo su come risolvere l’eventuale problema. Era una meraviglia capire come funzionassero quei giochi. Il sistema di ingranaggi e leve che ne permettevano le movimentazioni mi aiutavano a comprendere come fosse possibile per quel gioco compiere certe funzioni. Visualizzare mi dava la possibilità di capire. Stavo facendo meccanica. Ben presto però fui affascinato da un mangianastri. Pazzesco era per me il fatto che da un nastro saltasse fuori della musica ma  ancor più strabiliante era che su quel nastro potessi incidere la mia voce e replicarla all’infinito….Con i giravite potevo capirci poco ora e la visualizzazione non mi aiutava a comprendere. Mi ero scontrato con qualcosa di invisibile. 

 

Per quanto si possa dire in alcuni contesti il contrario, noi siamo analogici. Nasciamo analogici, in un mondo analogico. Il digitale è un comodo artifizio per rappresentare l’analogico. Partendo da questa considerazione si può forse meglio comprendere il sistema di rappresentazione del mondo che oggi abbiamo messo in piedi.

 

L’ambiente in cui ci troviamo (inteso come specificato qui https://vemarsas.it/r/cW1 ) pullula di informazioni e tutte concorrono alla sua caratterizzazione. Caratterizzare un ambiente significa descriverlo, in qualche modo, tramite alcune di queste informazioni. Molte informazioni sono primariamente legate alla percezione dei nostri sensi ma tante altre sfuggono alla nostra diretta capacità di lettura. E’ per questo motivo che, nel tempo, ci siamo dotati di strumenti che, per certi versi, amplificano e perfezionano la nostra capacità di lettura del mondo. Questi strumenti, ascoltando e leggendo al nostro posto ci riportano, in un modo a noi intellegibile, le informazioni che rilevano dall’ambiente in cui sono utilizzati.

 

Pensando alla voce di una persona, alla luminosità di una stanza che cresce pian piano a mattino, al profumo di pietanze che si mescolano e confondono, probabilmente è intuitivo percepire in queste cose un certo senso di “continuità”. La superficie del mare, calmo o mosso che sia, è qualcosa che rappresenta visivamente questo continuo (seppure in certe circostanze questo continuo venga interrotto…). Il digitale, di fatto, prende queste cose continue, le spezzetta e per ogni pezzetto vi associa un valore numerico. Brrr….Gelo! Questa operazione viene fatta da “quando serve” a decine, centinaia, migliaia o addirittura milioni di volte al secondo. Che freddezza!

 

Ma cos’è che giustifica un tale sforzo? E perché è necessario passare dalle unità ai milioni?

 

Spero mi perdoniate se per rispondere la prenderò un po’ alla lontana.

 

Quando un pittore dipinge un paesaggio o un ritratto, sta rappresentando tramite i colori una realtà effettiva o immaginata. Per farlo, a seconda delle sue inclinazioni può usare una serie di differenti tecniche e strumenti. In qualche modo, con essi,  comunica la descrizione della sua percezione (della realtà effettiva o immaginata) a chi poi successivamente guarderà il dipinto.

 

Analogamente uno scrittore nel descrivere il mondo utilizza parole, come un compositore i suoni.

 

Di fronte ad uno stesso soggetto, quindi, se ne chiedessimo una rappresentazione ad un pittore, ad uno scrittore e ad un compositore, otterremmo tre descrizioni diverse. Ma lo stesso accadrebbe anche se lo chiedessimo a tre pittori diversi e così via…

 

Ciascuna rappresentazione sarebbe unica e, nella sua unicità, susciterebbe risposte emozionali diverse a seconda del fruitore finale. Quello che traspare è un “effetto divergente”:  per un soggetto possono esserci diverse rappresentazioni e, per ciascuna di queste, diverse interpretazioni.

 

Per di più, anche se forse superfluo in questi casi, credo sia lecito chiedersi se la descrizione finita ed immutabile dell’oggetto, reale o immaginario, sia una sua rappresentazione di  quando l’autore ha iniziato a descriverlo, di quando ha finito, di tutto il periodo impiegato o di una sua qualche “essenza”.

 

Col digitale le cose cambiano. Ci ritroviamo, infatti, dinanzi ad un “effetto convergente” ma non per questo credo possa essere ritenuto meno nobile, anche da parte dei puristi dell’arte poco inclini alla scienza e alla tecnologia. L’oggetto rappresentato deve essere univocamente rappresentato e compreso. Tanti fruitori che guardano rappresentazioni di uno stesso soggetto eseguite da diversi autori devono percepire esattamente la stessa cosa.

 

Ritornando al nostro ambiente, i sensori introducono una ulteriore chiave di lettura del mondo ma lo fanno in modo singolare rispetto a come fin qui descritto. Mentre un autore descrive il mondo emozionalmente, miscelando numerose proprietà direttamente legate alla percezione dei nostri sensi, un sensore legge una singola proprietà dell’ambiente in cui si trova e la rappresenta in modo che noi possiamo comprenderla. Deve farlo in modo universale e univoco. Due sensori che leggono la stessa proprietà nello stesso ambiente devono riportare lo stesso valore (questo è quello a cui si tende anche se in generale non è proprio così in senso stretto). Persone diverse che leggono un valore ambientale su sensori diversi ma che misurano la stessa proprietà dello stesso ambiente devono leggere uguali valori. Si capisce dunque che in questo caso ci sia un “effetto convergente” verso il dato.

 

Pensiamo alla temperatura. Ciascuno di noi,  tramite i propri sensi, è in grado di percepire l’effetto della temperatura. Così siamo in grado di distinguere tra corpi caldi e freddi. Il riferimento in questo caso è la temperatura del nostro corpo: un oggetto sarà caldo se avrà temperatura maggiore della nostra, freddo viceversa. Ma quanto caldo o freddo sia, noi non siamo in grado di dirlo.

 

I più vivaci tra voi mi diranno: “ma per sapere quale sia la temperatura di un oggetto non è necessario mica scomodare il digitale?” Bene, corretto. Un classico termometro a mercurio ci può dire che la temperatura di un oggetto che noi sentiamo caldo è di 46°C. Supponiamo di dover  misurare questa temperatura più volte e prenderne nota per capirne l’andamento nel tempo. Ogni volta dovremo sbirciare sul termometro e annotarla ad esempio su un foglio di carta. Supponiamo che il termometro sia in cima ad una scala. Ogni volta dovremo salire in cima alla scala per la lettura. Supponiamo di intuire che le variazioni di temperatura sono più rapide di quello che immaginavamo. Dobbiamo quindi aumentare il numero di letture….e ad un certo punto ci converrà stazionare in modo fisso sulla scala perché dovremo misurare così spesso  che scendere non sarà più conveniente. Alzi la mano chi vuole andare sulla scala!

 

Il digitale ci aiuta in questo tipo di compiti perché con i sensori, rappresentando i valori letti in un formato numerico ed elettronico, può sollevarci dalle letture continue sulla scala e dall’annotare a mano i relativi valori trasmettendoli e registrandoli per noi su apposite memorie. Il nostro compito sarà poi quello più nobile di analizzare e interpretare quei dati.

 

Spero si inizi a capire cosa giustifichi quello sforzo cui accennavo prima. Da qui, passare a milioni di misurazioni al secondo è un battito di ciglia…non farò un esempio specifico ma ricorderò solo i noti valori di frequenza delle trasmissioni radio delle nostre reti wifi:  2.4GHz.  Questo è il valore di frequenza attorno a cui è collocata la banda per le tipiche comunicazioni sui nostri pc, smartphone, tablet. Se GHz vuol dire Miliardi di volte al secondo, pensate non serva la capacità di misurare almeno Milioni di volte al secondo?

 

Col digitale quindi riusciamo ad avere visione del valore di una proprietà misurabile del nostro ambiente in tempi molto rapidi, da qualunque posizione, e comunque in modo dinamico nelle sue variazioni. Possiamo guardare l’evoluzione di quella proprietà.

 

Ma il bello ancora deve arrivare. Infatti, non esiste solo la temperatura come proprietà di un ambiente.

Riferiamoci alla luminosità, all’umidità, alla pressione, alla composizione chimica dell’aria, alla emissione infrarossa, alla rumorosità, alla densità elettromagnetica….Per ciascuna di queste proprietà misuriamone il valore con uno specifico sensore e convertiamolo digitalmente. Quello che otterremo è una caratterizzazione dell’ambiente che evolve, si trasforma istante dopo istante. Vive. Un quadro descrittivo che altrimenti non potremmo nemmeno percepire… forse solo vagamente.

 

Ho pensato spesso allo stupore che i primi spettatori cinematografici dovessero provare dinanzi alle prime proiezioni. Oggi siamo abituati al cinema e i sistemi di videosorveglianza sono tanto diffusi che un live stream è cosa da poco…del resto, riporta in video ciò che potremmo anche vedere dal vivo con il plus di memorizzarlo e renderlo visibile in differita ed ogni volta che lo si desidera.

 

Quei sensori di cui prima, che leggono l’invisibile,  fanno invece qualcosa di “magico”. Quando un sistema distribuito prende forma e tutti i suoi sensori iniziano a comunicare, la sensazione che provo probabilmente è paragonabile a quelle degli spettatori di cui su. …potere accedere ad ogni momento dell’ evoluzione del sistema, studiarlo e analizzarlo nel suo dinamismo tramite le informazioni digitali è una cosa strabiliante. Almeno per me.

 

Dunque, la scienza in modo differente rispetto all’arte può emozionare ed è descrittiva. Ma come la mettiamo con l’astrazione? Può la scienza, fortemente legata al reale, essere astratta? Io credo di si. Come un artista, un inventore, quando crea qualcosa di nuovo, ha necessità di astrarre una idea, elaborarla e definirla. Non sempre quelle idea trova concreta realizzazione ma talvolta si. Proprio come accade ad un artista.

 

In fin dei conti credo che scienza ed arte siano fortemente intrecciate e che chi propende ossessivamente ed esclusivamente verso una e non l’altra o viceversa, probabilmente non è né un vero artista né un vero scienziato. Del resto, dovrebbe esser noto a tutti che i più grandi sono stati l’una e l’altra cosa.

MaP